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LaPelleBeauty.it | December 17, 2017

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Non parliamo di razza

Non parliamo di razza

Albert Einstein, giunto per la prima volta in America dopo la sua fuga dalla Germania Nazista, dovette compilare il modulo d’immigrazione. Si racconta che, alla domanda che gli veniva posta sulla sua razza, senza pensarci molto, rispose: umana.
Al di là di questo curioso aneddoto, c’è da riconoscere che il concetto di razza è, ancora oggi, uno dei più controversi esistenti all’interno delle scienze naturali e sociali. Per spiegarlo bisogna partire da quello di specie, da cui derivano le sottospecie o razze, caratterizzate da elementi fisici trasmissibili ereditariamente, in conseguenza di vari meccanismi (isolamento geografico, mutazioni). Secondo il dizionario, la parola razza sta a indicare: un gruppo di individui, animali o vegetali, che per un certo numero di caratteri comuni possono essere distinti da altri appartenenti alla stessa specie. Una definizione che se ben si rapporta a tutte le varietà animali e vegetali esistenti in natura, male si adatta al genere umano ove si voglia distinguere le specie per capacità mentali e tratti somatici, criteri di classificazione considerati come ereditari e naturali, fissati nel codice genetico di ogni uomo.
Nel mondo antico, fino al XVIII secolo, non esisteva alcuna nozione che corrispondesse a questo concetto di razza.
In Grecia motivo di discriminazione erano le differenze di casta e di classe, e lo schiavo, secondo Aristotele, era un uomo parziale, senza anima e perciò aveva bisogno di essere guidato da coloro che la possedevano, ma sia nei Greci che nei Romani non si manifestava alcun sentimento che potesse essere identificato con il pregiudizio razziale.
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Nei secoli, le lotte tra i popoli furono conseguenza di una discriminazione più religiosa, politica, culturale che biologica. Ad esempio, in Europa, prima nel Medioevo e poi nel Rinascimento, gli Ebrei non furono oggetto di persecuzione razziale, ma per motivi sociali, politici e religiosi ed economici, perché erano in controllo del credito.
Sebbene il commercio degli schiavi fosse considerato lecito, paradossalmente, pur trattati come bestie, questi uomini furono sempre ritenuti esseri umani, dotati di intelligenza, inferiori solo in status sociale. Non è un caso, quindi, che il concetto delle differenze razziali basate sull’ereditarietà e sulla biologia si sviluppò soltanto quando si levarono voci contro lo schiavismo, e fu necessario trovare una plausibile giustificazione delle differenze che avrebbero dovuto provare l’inferiorità dello schiavo, specie se di colore, di fronte al padrone. La distinzione biologica fra le popolazioni ha origine nella prima metà del ‘700, insieme agli studi delle classificazioni del mondo. Nel 1735 Carlo Linneo (1707-1778), grande naturalista svedese autore del Sistema naturae (1735), inserì, per la prima volta, il genere umano all’interno della specie Homo Sapiens, e tre anni dopo, aggiunse una quadripartizione del genere Homo, collegandolo a quattro differenti modalità caratteriali. L’Homo sapiens americanus: tenace, soddisfatto, libero; un Homo sapiens europeus: spiritoso, vivace, inventivo; un Homo sapiens asiaticus: austero, orgoglioso, avaro; e un Homo sapiens afer: definito come astuto, lento, negligente.
Il concetto di varietà, di natura Aristotelica, Linneo lo riprendeva dalla biologia, dove la differenza tra le varie piante non era ereditaria, ma veniva influenzata, a suo dire, dal clima, dal sole e dal vento.
Nonostante riconoscesse a tutti gli esseri umani l’appartenenza alla stessa specie, e che le differenze fossero da ricondurre a fattori climatici, il primo a usare la parola razza, fu invece il naturalista francese George Buffon (1707-1788) che scrisse: “In Lapponia e nella terra dei Tartari, troviamo una razza umana dalla figura insolita e di bassa statura”. La classificazione delle varie razze umane, in base al colore della pelle, fu opera, invece, di Johan Friedrich Blumenbach (1752-1840), che definì cinque diverse varietà: la Caucasica (bianca), la Mongola (gialla), l’Etiopica (nera), l’Americana (rossa) e la Malese (bruna).
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Queste categorie, però, a detta dello stesso autore, apparivano del tutto arbitrarie, senza limiti netti tra l’una e l’altra, essendo tutte imparentate tra di loro. Le diversità somatiche riscontrabili dovevano essere interpretate, quindi, come semplici differenze di grado e non di natura.
Studi relativi alle misurazioni del cranio e della sua forma, iniziarono la ricerca di differenze qualitative, di tipo intellettivo, tra i diversi gruppi umani. È anche di questi stessi anni l’inizio del dibattito scientifico sull’origine della specie umana. In Europa dalla seconda metà dell’800, presero piede le teorie di Darwin (1809-1882), autore dell’Origine delle specie (1859) e promulgatore di concetti quali la selezione naturale, l’adattamento, la sopravvivenza del più forte, ripresi dalla biologia e adattati allo studio dell’evoluzione delle società umane, come soggetta alle stesse leggi operanti in natura.
Lo scopo era chiaro: con criteri scientifici si potevano giustificare diseguaglianze sociali ed economiche presenti nelle società europee, come frutto di una selezione naturale che fa emergere le persone dotate di facoltà superiori.
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Così, con una ideologia marcatamente etnocentrica, si poteva giustificare anche la colonizzazione e lo sfruttamento di altri popoli come prodotto di una legge naturale. Per Tylor, principale esponente della corrente evoluzionista, l’europeo era dotato di un cervello più complesso degli altri gruppi sociali. Ma, già all’epoca, non mancavano voci di netto dissenso verso le teorie razziste del periodo: la più importante quella dell’antropologo americano, Franz Boas (1858-1942), che dimostrò come non vi fosse nessuna analogia tra la grandezza del cervello e l’intelligenza, ma che fattori ambientali e nutrizionali potevano determinare le dimensioni e la forma del cranio, e che questo non era la prova sufficiente a dimostrare maggiori capacità mentali. Critica, quindi, a ogni tentativo di classificazione del genere umano a seconda di fattori somatici e intellettivi. Un altro aspetto del dibattito scientifico che nasce nel secolo XIX, fu la disputa tra fautori della monogenesi (l’uomo sarebbe nato in un unico luogo e di lì si sarebbe diffuso in varie direzioni), e la poligenesi (le diversità razziali sono frutto di nascite plurime e tra loro indipendenti). Questa seconda tesi sulle tante umanità differenti, contribuì a giustificare in maniera biologica, la diversità dei caratteri e a giustificare, la schiavitù, la colonizzazione e la sopraffazione, come risultati naturali di dislivelli mentali esistenti tra gli europei (ossia i più intelligenti e perfetti) e i popoli conquistati e sfruttati, perché razze inferiori da civilizzare. Con la scoperta della genetica, agli studi antropologici si sostituirono quelli sui geni, che hanno rilanciato il dibattito sull’origine dell’uomo, dando vita una serie di ipotesi che avremo modo di raccontare in un prossimo articolo.

della Dott.ssa Gabriella La Rovere

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