Image Image Image Image Image Image Image Image Image Image

LaPelleBeauty.it | December 17, 2017

Scroll to top

Top

No Comments

La modernità del trucco egizio

La modernità del trucco egizio

Durante un viaggio in Egitto, un amico di Luxor mi ha accompagnato al Temple of Colors, sulla riva del Nilo. Il luogo è una sassaia friabile che contiene un pigmento rossiccio di varie tonalità. È sufficiente macinarne un granello per ottenere una polvere coprente e colorante. La cosa era già nota ai cosmetologi dell‘antico Egitto e ciò mi ha fatto pensare alla modernità del loro trucco. Gli ossidi di ferro vengono infatti usati nei cosmetici moderni perché difficilmente creano reazioni di intolleranza e costituiscono i coloranti base dei marroni, mattone-rossiccio e ocra. Ma questa non è l’unica coincidenza. In uno studio pubblicato sulla rivista Nature, si legge che, attraverso esami ai raggi X e al sincrotone condotti su 49 flaconi di trucco conservati al Louvre, si è evidenziata una composizione chimico-fisica molto simile a quella odierna.
4
Un vasetto per cosmetici conteneva circa il 26% di rosso ocra (ossido di ferro), quattro i composti a base di piombo presenti nelle polveri, galena nera e cerussite bianca, ma anche laurionite e fosgenite, così rare in natura da far ipotizzare che gli Egizi fossero in grado di fabbricare prodotti di sintesi. Altra sorpresa: la spettrometria a infrarossi ha dimostrato che per fissare le sostanze si usavano materie grasse di origine animale, mescolate in funzione della densità e dell’aderenza alla pelle desiderata: oggi diremmo polvere leggera o fard compatto. Tuttora in medio oriente e nord-africa, ci si tingono le palme delle mani, le piante dei piedi, le unghie e le labbra col rosso ricavato dalle foglie di henna. Nel papiro satirico del museo egizio di Torino, è raffigurata una donna mentre si dipinge le labbra e in un rilievo esposto al British di Londra, ce n’è una che si applica del rosso sul viso con un tampone. Questo spiegherebbe la presenza nelle tombe di pigmento rosso ridotto in polvere e miscelato con olio o grasso, più o meno morbido e lucido a seconda delle preferenze.
egitto ap
Su alcune mummie sono stati trovati segni di tatuaggi e non è a caso, che si pensa che l’arte della cosmesi nasca proprio in Egitto. In onore del dio Bes: tozzo, piccolo, con le gambe arcuate, raffigurato alla base degli specchi, per mettere in risalto, con la sua deformità, la bellezza di chi vi si specchiava. Altro aspetto di modernità: il trucco non era riservato solo alle donne, ma per gli uomini era un’abitudine, passarsi il kohl sugli occhi, anche per un motivo igienico: diminuisce la rifrazione della luce solare, allontana le mosche e previene le infezioni oftalmiche. Ciò conferma che all’origine della cosmesi c’erano funzioni liturgiche, sia in senso religioso che funerario e magico, e valori ornamentali e terapeutici. I colori scuri sottolineavano e ombreggiano le palpebre superiori e inferiori, oltre le sopracciglia.
5
Per il nero veniva usato un cosmetico di nome sedem. Per preparare il verde, più o meno scuro, si ricorreva alla malachite. Il gesto con cui si disegnavano gli occhi è rimasto pressoché inalterato e sopravvive ancora nelle donne arabe e africane che appoggiano la piccola asta, intinta nel cosmetico, sul bordo della palpebra inferiore e, dopo aver chiuso gli occhi, la fanno scivolare muovendola fino a tracciare una linea diritta ideale che, partendo dall’angolo interno dell’occhio, fuoriesce verso le tempie passando per l’angolo esterno. Una linea mai inclinata verso il basso ne ascendente, che allunga visibilmente l’occhio. Dopo aver stabilito una prima traccia, le abili estetiste egizie, rifinivano la “coda” dell’occhio con un disegno sfilato o tronco, a seconda delle preferenze, dando al trucco un valore simbolico: quello Udjat compare solo sul viso degli dei, dei faraoni e dei defunti “divinizzati”.

Inviaci il tuo Commento