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LaPelleBeauty.it | December 17, 2017

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Coco Chanel

Voglio un profumo per donna dall’odore di donna” con queste parole, nel 1921, Coco Chanel chiede a Ernest Beaux una nuova essenza da lanciare sul mercato. Il chimico si mette al lavoro e il risultato è un profumo rivoluzionario nel quale, per la prima volta, oltre alle essenze naturali (rosa di Maggio e gelsomino di Grasse), sono impiegati in grande quantità elementi sintetici (aldeidi). Il suo nome è Chanel n. 5. Il perché di questo numero sta nelle cinque miscele che il chimico fece provare a M.lle Gabrielle, la quale scelse proprio l’essenza indicata con il numero 5. Non solo, ma avendo una passione mistica per i numeri il “cinque” le evocava sensazioni positive e così ebbe l’idea di chiamare il profumo con un numero invece dei romantici nomi usati fino ad allora. Gabrielle Chanel nasce nel 1883 a Saumur, capitale degli ufficiali di cavalleria. A dodici anni perde la madre malata di tubercolosi, e il padre la abbandona in un orfanatrofio. Nonostante il suo corpo minuto si rivela una donna con molta grinta, capace di scelte audaci che rivoluzioneranno il costume e la moda.
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Gabrielle, detta Coco, cresciuta senza genitori e avviata dall’unica parente che si era occupata di lei, la zia, a un’inevitabile carriera di mantenuta, seppe cogliere le occasioni che le velocissime trasformazioni dei primi decenni del Novecento le offrivano, muovendosi in perfetta armonia con lo spirito dei tempi. Invece di vagheggiare un riscatto nella rinuncia d’amore, la giovane Coco imparò a investire su se stessa: al suo amante, Boy Capel, al posto di lussi e gioielli, chiese un negozio da modista. L’atmosfera di quel periodo nel decennio che va dal 1910 al 1920 era di grande energia e giovinezza, ma allo stesso tempo un periodo di mezzo fra la fine del conservismo vittoriano e la depressione degli anni ’30. Con l’inizio della Prima Guerra mondiale finisce la “Belle Epoque” e sorge la dimensione nuova e realizzata della società di massa con tutto quello che ha comportato questo fenomeno sul piano dell’economia, della vitalità, del cambiamento. Nell’atmosfera festosa degli anni del primo dopoguerra il ruolo delle donne comincia a cambiare. In Inghilterra acquisiscono il diritto al voto nel 1918, e in America nel 1920 con l’approvazione del diciannovesimo emendamento. Dinamiche, protagoniste della vita attiva, le donne cominciano a occupare posti di lavoro quali dattilografe e segretarie precedentemente dominio degli uomini. La modernizzazione delle fabbriche conduce alla produzione di massa di beni di consumo. Erano necessari abiti dal taglio semplice che permettessero una produzione rapida ed efficiente per un numero di consumatori sempre crescenti. Il sistema di vita americano, importato e diffuso in Europa attraverso il cinema e la letteratura esercita un’influenza determinante sulla moda femminile.
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Negli anni ’30 Hollywood influenza la moda con uno stile sofisticato ed elegante portato alla ribalta da personaggi come Marlene Dietrich, Fred Astaire, Ginger Rogers e Katharine Hepburn. E questo fu anche il motto di Gabrielle Chanel che disse: ”lavorare per una società nuova” mentre proponeva i suoi modelli per donne attive che hanno bisogno di essere a proprio agio nei vestiti che indossano. Una sarta ostinata, la quale più che cucire, scolpisce. Le forbici attorno al collo, lei monta, smonta, sceglie le stoffe. Questa donna minuta e bruna, dai capelli corti, che detesta il proprio corpo piccolo e magro e che dal 1910 fa la modista a Parigi, al numero 21 di Rue Cambon, segue la sua clientela a Deauville. Infatti le ricche signore dell’alta società, quelle che non sanno come spendere le fortune dei loro amanti e mariti, durante la guerra si trasferiscono nelle residenze di campagna o sulla costa della Normandia, a Deauville appunto, luogo molto di moda di fronte all’estuario della Senna. È così che diventa la rivelazione della stagione la creatrice di Alta Moda che nel 1930 intuirà che l’avvenire del settore sarebbe stato nel pret à porter. La moda di allora valorizzava le donne dal seno monumentale e non era fatta per lei, che rifiutava il proprio corpo. Gabrielle inventa dunque l’esaltazione della magrezza. Per l’esigenza di lavorare in fabbrica le donne si liberano del bustino e dei corpini e c’è l’esigenza di studiare qualcosa di nuovo per liberarle dalle mille costrizioni che imprigionavano il corpo femminile. “La vera eleganza non può prescindere dalla piena possibilità del libero movimento” riperteva Coco Chanel mentre la moda dell’Art Nouveau perseguiva la ricerca di una nuova “grazia“ in cui l’utile e il bello potessero convivere, in cui il fascino degli archetipi e il ritmo della vita moderna potessero felicemente armonizzarsi. Nel 1916, inoltre, a Parigi, era davvero arduo trovare delle stoffe a causa della guerra, così quando un fabbricante di nome Rodier le propose una nuova stoffa chiamata “jersey”, da lui inventata per la moda intima maschile, Coco ne fu entusiasta. Questo materiale dalla maglia molto flessibile ben si adattava a elaborare le sue fantasie e trasformare in realtà la sua immagine della donna moderna. Questa innovazione fu di grande successo e Chanel iniziò a produrre un vestiario di tipo tradizionale che prendeva spunto da quello maschile e che non diventava fuori moda con il cambiare di ogni stagione. I colori più comuni erano il blu scuro, il grigio e il beige. Ma la vera rivoluzione è che per la prima volta nella storia sono le donne a dettare le loro esigenze ai sarti, e non il contrario: scoprono di avere le gambe e le mettono in mostra accorciando le gonne; le linee sciolte degli abiti scivolano sui fianchi snelli, la vita scende, ampie scollature lasciano vedere le spalle nude, su cui si gettano con nonchalance lunghissime collane, i famosi “sautoirs”; le “cloches aderenti sono calate fino sugli occhi, dalle sopracciglia rasate. Anche il taglio dei capelli definito “à la garconne” voleva una femminilità meno dichiarata e tutta da scoprire. La figura femminile ideale appare stilizzata, con un corpo asciutto e magro, si impone la donna “flapper concava”, cioè la donna con la silhouette sottile e piuttosto androgina. Il sarto di successo sarà quello in grado di soddisfare i desideri latenti di una moda libera e disinvolta: esce vincente dalla gara Coco Chanel, che, dopo tante mollezze e sinuosità, fiori e residui ornamenti del periodo anteguerra, lancia il primo abbigliamento squadrato, dalle accennate influenze cubiste, ma in tessuti confortevoli per la donna moderna tra cui emerge la figura della donna manager: essenziali pullover grigi, neri o beige, svelti robe-manteaux, smilzi e stilizzati tailleur. Chanel insegna alle sue clienti, ricchissime, la difficile arte di vestirsi senza sfoggiare ricchezza, anche se il suo slogan più calzante potrebbe essere: “l’arte di vestire semplicemente spendendo una fortuna”. In una coerenza ammirevole, la sarta propone anche gioielli in bachelite o galatite, sostituisce le pietre preziose con quelle sintetiche, o con collane in cristallo di rocca, da indossare sempre, dalla mattina alla sera, come massimo segno di uno chic un pò snob. Il successo della linea Chanel è immediato e, poiché questo genere si adatta anche alle tecniche della produzione di massa, viene presto largamente copiato e la moda fa un gran passo avanti verso le classi meno privilegiate. Ovviamente, i capi che escono dagli atelier Chanel, alla perfezione del taglio e alla cura delle rifiniture uniscono particolari di successo, come le fodere di seta con gli stessi disegni e colori delle camiciette che li accompagnano,cinture di pelle sapientemente tagliate, bottoni ingioiellati, magnifiche spille da appuntare sui risvolti. Il campo della moda non è più appannaggio di un sarto che fa il divo coccolando le sue clienti tra feste e mondanità: il suo scettro viene ora conteso a colpi di forbici dai numerosi ateliers che aprono i battenti soprattutto a Parigi, che resta la capitale indiscussa del settore: tra gli emergenti ci sono nomi familiari come Lanvin. Alla moda si uniscono altri settori satellite che hanno sempre lo stesso fine, quello di rendere le donne più belle. Il mito dell’eterna giovinezza può rendere grandi profitti e così anche la cosmesi diventa un prodotto industriale affinché sia accessibile a un numero sempre maggiore di richieste. Elisabeth Arden fu la prima a creare creme alla lanolina, all’olio di mandorle, all’hamamelis, a diffondere il latte detergente e il tonico, ad aprire con il suo marchio istituti di bellezza in tutto il mondo.
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Anche Helena Rubistein, di famiglia modesta, dopo un breve apprendistato di aiuto farmacista s’impone con creme che provava sulla sua pelle prima di distribuirle in tutto il mondo. Così in questo cambiamento di ruolo della donna Coco ebbe una parte importante e lo dimostrò con la sua stessa vita dove l’amore per il suo lavoro si intrecciava all’amore per le persone che aveva intorno. Purtroppo non fu mai fortunata e perse sia il suo ”Pigmalione”, Boy, che sua sorella Antoinette. Intorno a lei si affollarono grandi artisti: Apollinaire fin dai tempi della fine della guerra, poi Picasso, Straviskij, Jean Cocteau e il suo giovane amico Raymond Radiguet, per il quale Coco pagherà i funerali. Chanel ama un artista dai mille talenti come Paul Iribe, ma egli muore stroncato da un infarto, così, alla vigilia della guerra un nuovo compagno entra nella sua vita, è un giovane aristocratico che detesta la propria classe sociale. Coco è la prima a credere in lui, il suo nome è Luchino Visconti. Comunque gli eventi non la favoriscono e un nuovo marchio si impone nella moda Parigina, quello di Christian Dior. Coco Chanel ingaggia una battaglia contro le stecche e la guépière, contro le forme ultra femminili. È un fallimento: “sembra di essere tornati al 1925”, commentano inglesi e francesi. Ma il trionfo del “look Chanel” le arriva dagli Stati Uniti. “Life” fotografa le sue modelle nella Metropolitana di New York e i suoi tailleurs di tweed bordati di passamaneria fanno il giro del pianeta. Coco è una delle donne più ricche del mondo. Ma qual’era “le maquillage” ai tempi di Chanel? Siamo negli anni Venti e il cinema, avendo già raggiunto una certa diffusione, porta alla gente immagini di donne sofisticate e misteriose che subito creano la moda e diventano modelli da imitare. I punti chiave dell’espressione del viso – occhi, sopracciglia e bocca – vengono ancora fatti risaltare con molta evidenza sulla pelle schiarita. Le sopracciglia e gli occhi si ripassavano col nero e la bocca la si dipingeva con una tonalità di rosso scuro. La bocca veniva colorata a forma di cuore all’interno dei contorni naturali che andavano coperti col fondotinta; questo tipo di bocca, dalle dimensioni minime, oggi ci fa sorridere ma all’epoca costituiva una grande attrattiva. Le sopracciglia dalla linea discendente conferivano al viso un’espressione un pò mesta. L’occhio veniva sapientemente bistrato di scuro, perlopiù nero e blu scuro e il trucco aveva frequentemente un aspetto un pò disfatto, sfumato ampiamente sulla palpebra inferiore fino a formare una specie di occhiaia, testimonianza del tormento interiore causato da una vita, o difficile o, viceversa, dissoluta. Con l’efficientismo, Coco Chanel propose il coordinato giacca-gonna detto “tailleur” che rivoluzionò il modo di vestire femminile la donna acquistò una nuova coscienza di se stessa e maggiore indipendenza all’interno della società. Ciò permise grandi innovazioni nella moda: gonna più corta, capelli come quelli di un ragazzo (alla garçon), calottine come copricapo. L’avvento del sonoro nel cinema segnò il declino delle stelle hollywoodiane che sfortunatamente non avevano una bella voce; altre, come Greta Garbo e Marlene Dietrich, dotate naturalmente di una voce calda e sensuale, videro crescere notevolmente la loro fama. Negli anni ‘30 il trucco evidenzia l’ampiezza delle palpebre; le sopracciglia sottilissime si inarcano sfiorando talvolta l’esagerazione. Sugli occhi lo scuro è concentrato sulla palpebra superiore che talvolta viene ampiamente ombreggiata dalla base delle ciglia alle sopracciglia. Particolarmente interessante il trucco adottato da Greta Garbo che segnava pesantemente la piega della palpebra superiore con un tratto di matita scuro ripescato dalla storia del costume antico. La bocca, che era truccata esclusivamente di rosso, più o meno scuro a seconda dei casi, aveva assunto rispetto al decennio precedente, dimensioni più naturali ma non si pensava ancora a una bocca grande, come quella che sarà in voga negli anni ‘40 e ‘50.

a cura di Stefano Anselmo

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